Tizianeda per Cunta e Canta

Da “La Medaglia del Rovescio”

“Che dici Sposo Errante partecipo?”
“Certo, cosa aspetti?”

“Ma è un contest, che non ho mai capito cosa significhi esattamente, so solo che devo scrivere un post che parli della mia terra, pubblicarlo sul blog e inviarlo all’associazione Calabresi Creativi… se non ricordo male… l’associazione provvederà a pubblicarlo nella pagina fb ufficiale “Cunta e canta”… chi vuole entra lì e se gli piace il tuo articolo manifesta con un click il suo apprezzamento”

“E quindi?”

“E quindi questa cosa qui mi mette ansia anche perché non riuscirei a dire a nessuno entra e metti “mi piace”…non ci riesco, sarò limitata ma non ci riesco”

“Ma quanti problemi ti poni, se è una cosa che vuoi fare, partecipa….”

“Oh sì, avrei l’occasione di parlare del mio sud suddissimo con questo post, raccontarlo in modo diverso…anche se in fondo già lo faccio da quasi due anni… e poi chi viene selezionato, sarà la voce narrante di un Festival itinerante per le lande Calabresi, dovrà raccontare i luoghi, la gente le tradizioni il cibo, dovrà assaggiare il cibo nostro buonissimo…ok mi hai convinto partecipo!”

“Brava. E di cosa parlerai?”

“E di che vuoi che parli…Melicuccà”.

Ecco parlerò di Melicuccà, il paese dove è nata la nonna Bianca, lei che mi chiamava Tizianeda, la mamma della mamma vecchietta. Parlerò del suo paesello, che improvviso ti appare come da un incantesimo. Quello che per arrivarci devi percorrere strade ondivaghe protette dai corpi vivi e silenti degli uliveti, legati tra di loro da una danza di reti rosse e verdi a colorare la terra antica. Arriverò con le parole fino alla casa del mio bis-nonno Carlo, così sorprendente e iperbolico in tutto. Racconterò la sua forza fertile – povera bis-nonna Teresa di 21 anni più giovane per 12 anni gravida- la cultura profonda intelligente affettuosa, la passione per la letteratura e per la gente e i canti popolari che narrano la sua terra e i sogni e la tristezza e il dolore e l’amore. Il mio bis-nonno di tanto tempo fa, che ha scelto di vivere a Melicuccà, piccola isolata troppo amata, come si ama una donna persa, della cui nostalgia non puoi guarire se non ritrovandola. Lui che esercitava la professione di medico a Gioia Tauro un paese più grande importante, ma che poi ha scelto la casa bianca con le stanze ariose, con le finestre di sole, sospesa tra fontane cieli nuvole e campanili. Quella casa che molti anni dopo, attraversando placida il tempo, quando il mio bis-nonno era un ricordo in chi lo aveva amato, è diventata il luogo dell’appartenenza. Il luogo in cui il passato ha continuato ad abitare nella memoria delle due figlie signorine, le sorelle della nonna Bianca, rimaste lì ancora per molti anni a narrarcelo e nelle fotografie sparse per le stanze consunte dal tempo. Il luogo che ora abita in noi nipoti e pro-nipoti. Perché il rapporto con la propria terra è profondo e indissolubile. Il mio bis-nonno questo lo sapeva.
Sapeva questo amore che riversava nell’urgenza di raccogliere i canti del suo popolo, per non disperdere la bellezza sincera dei sentimenti. Lui, che mi immagino concentrato in quello sforzo amoroso che è la scrittura. Il bis nonno Carlo di tanto tempo fa, che per come ho ritrovato in un libricino prezioso che si intitola “D’Amuri e di Sdegno”, scriveva che i canti “sono un tesoro, una religione di amore e dolore, di sdegno e di gioia. In quei canti s’impara ad amare il popolo, a comprenderlo a stimarlo; si sente l’inno del suo sorriso e de’ suoi sospiri, la musica e il mistero della sua mestizia, il sogno delle sue speranze come l’impulsiva veemenza del suo carattere, lo schianto del suo dolore, il ruggito felino dei suoi sdegni”.
E io qui ora, a sentirmi parte naturale di queste lande assolate e rigogliose, delle rue sperdute, degli uliveti contorti nello sforzo di invecchiare, del vento che rimesta la memoria.

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